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domenica 19 maggio 2019

L'HOTEL DEI CUORI SPEZZATI

di Roberto Rizzetto



Sarà stata, più o meno, la metà degli anni ottanta.
All’epoca ero uno studente squattrinato e poco propenso allo studio.
Durante il tragitto che mi conduceva a scuola ero solito soffermarmi dinanzi ad un negozio di dischi e strumenti musicali.
Le due vetrine del negozio venivano sapientemente e costantemente “rinnovate” dal suo gestore.
Le copertine dei vinili del momento facevano capolino nella vetrina più spaziosa , mentre nell’altra erano sistemati alcuni strumenti musicali e dei libri dell’editore Gammalibri ( ora diventato Kaos Edizioni ). Un giorno la mia curiosità venne attirata da un libro dal titolo bellissimo, “L’hotel dei cuori spezzati”, sulla cui copertina era disegnata una donna molto somigliante a Janis Joplin, raffigurata in un “paesaggio lunare” con un serpente avvolto intorno al suo braccio destro .           
L’accostamento del titolo con la canzone di Elvis Presley “Heartbreak hotel” non fu per me immediato , anche perché in quel periodo non ero solito ascoltare la musica di Elvis “the Pelvis” … Entrai comunque nel negozio e lessi la seguente quarta di copertina : “Con questo libro nasce un nuovo genere : la rock-fiction”.                                
Alieni , spettri , replicanti , droghe sconosciute sono da sempre temi caratteristici della letteratura e del cinema fantastico . Nell’Hotel dei Cuori Spezzati si muovono in questi contesti i grandi nomi del rock : Neil Young, Talking Heads, David Bowie , Rolling Stones, Jim Morrison, Elvis Presley, Bruce Springsteen, Tom Waits, Pino Daniele, Jimi Hendrix, Paul McCartney , Sid Vicious, Janis Joplin, Bob Dylan, Elvis Costello, Nina Hagen, che guidano il lettore in 20 racconti “fantasy” di orrore e morte, di viaggi e apparizioni, di droga e incubo.                                                    
Per chi ama il rock e detesta la fantascienza. Per chi ama la fantascienza e detesta il rock.
Per chi ama entrambi .                                                                                                     
Decisi allora di investire parte delle mie già scarne finanze nell’acquisto di questo libro . La scelta fu decisamente azzeccata . Si trattava quindi di una raccolta di racconti ( alcuni dei quali a fumetti ) di un gruppo di scrittori triestini ( o comunque in qualche modo legati alla città di Trieste ) alle prime armi magistralmente orchestrati da Luciano Comida.
Quest’ultimo ha successivamente legato il suo nome ad un personaggio di grande successo nel mondo della letteratura per ragazzi : Michele Grismani.                                
Come spesso accade nelle raccolte di racconti , non tutte le storie si mantengono su un livello di eccellenza , tuttavia rileggendo recentemente questo libro ( datato 1984) sono rimasto piacevolmente sorpreso dal fatto che ogni racconto risulta tutt’ora attuale anche a distanza di molti anni .            
Ad esempio Vittorio Curtoni nel suo “Quando avrò sessantaquattro anni” profetizzava la crisi del mercato discografico …                                                              
Purtroppo Luciano Comida , il “regista” di tutto questo , ci ha lasciato prematuramente , nel 2007 , a soli 57 anni ! L’Hotel dei cuori spezzati ha rappresentato il suo debutto letterario .                                                           Qualora con questa recensione avessi solleticato la Vostra curiosità sappiate che il volume è praticamente introvabile ed io non ho nessuna intenzione di privarmene.

DUE VIAGGI TRA LE NUVOLE PARLANTI

di Roberto Rizzetto



Federico Fellini stava girando il film “Ginger e Fred” datato 1985 quando sul set incontrò il fumettista altoatesino di nascita ma veronese d’adozione Maurilio Manara detto Milo. Tra i due fu subito feeling, ma l’amicizia vera e propria sopraggiunse due anni dopo, durante le riprese del film successivo del grande regista riminese intitolato “Intervista”, di cui Manara disegnò anche il manifesto. Il giornalista Vincenzo Mollica, grande appassionato di fumetti, cinema e musica era amico di entrambi. Fu lui a chiedere a Fellini se avesse voglia di creare un fumetto da far disegnare a Manara. Il regista accettò senza indugi e così l’avventura partì. Durante i fine settimana Fellini dettava a Mollica i dialoghi che poi il giornalista “passava” a Manara. Una volta completate le tavole il disegnatore le portava a Roma, dove viveva il regista e questa era l’occasione per i tre amici per trascorrere festose serate insieme, tra ristoranti e passeggiate notturne. Fellini aveva scritto due storie per il cinema che non era però riuscito a tramutare in film. Decise così di trasformare in fumetto questi due soggetti. Fu un lavoro lungo e meticoloso, nel quale nulla fu lasciato al caso, nemmeno ogni singolo dettaglio.
Il risultato finale furono due capolavori del fumetto.
Il primo, intitolato “Viaggio a Tulum”  datato 1986,  nacque dallo smisurato interesse che il regista nutriva per i libri dell’antropologo e sciamano peruviano Carlos Casteneda, incentrati sulle vicende dello stregone Don Juan. Fellini intraprese così un viaggio in Messico da cui trasse l’ispirazione per questo racconto. L’inizio della storia si svolge a Cinecittà, dove Vincenzo Mollica giunge in compagnia di una bella ragazza ed incontra Federico Fellini sul bordo di una piscina sul fondo della quale riposano i film che il regista non ha mai realizzato e che sono rappresentati da aerei…                                       
Il secondo fumetto fu realizzato nel 1992 ed è intitolato “Il viaggio di G.Mastorna”  detto Fernet. “Mastorna” è probabilmente insieme al “Napoleone” di Stanley Kubrick il più famoso film mai realizzato nella storia del cinema. E’ il racconto del viaggio nell’aldilà di Giuseppe Mastorna alias Paolo Villaggio, un musicista che da Amburgo deve rientrare in Italia a bordo di un grosso aereo di linea. Nella scena iniziale il comandante annuncia una turbolenza e la necessità di effettuare un atterraggio d’emergenza, che non avviene tuttavia in un aeroporto bensì in una piazza dominata da una bellissima cattedrale (che pare sia quella di Colonia). Ha inizio così il viaggio immaginario di Mastorna, che non sa di essere morto in un disastro aereo…      
Due volumi, tra l’altro anche facilmente reperibili, essenziali nella biblioteca di ogni appassionato di fumetti .
                                                                                                                                          




TRIBALI ALLE BAHAMAS

di Duerrevi Productions


La rock band milanese Ritmo Tribale ha rappresentato il “gotha” della musica italiana indipendente nell’ultimo decennio dello scorso secolo.                            
Il debutto su vinile avvenne nel 1988 con l’album “Bocca chiusa”, disco dalle chiare influenze punk ed hardcore ma anche con una decisa propensione alla melodia. La formazione è composta da “Alex” Marcheschi ed Alessandro Zerilli a comporre la base ritmica (batteria e basso), mentre i due chitarristi sono rispettivamente Fabrizio Rioda ed Andrea Scaglia, con quest’ultimo a ricoprire anche il ruolo di vocalist. L’altro cantante, l’istrionico Stefano “Edda” Rampoldi, viene inserito nel booklet come ospite, in quanto non ancora considerato un membro effettivo della band. E’ con il lavoro successivo, intitolato “Kriminale”, che Edda diventa a tutti gli effetti un “Tribale”, e con lui anche Andrea Filipazzi detto “Briegel” (per la somiglianza con il calciatore tedesco), che prende il posto al basso lasciato vacante da “Ale Zero”.                                   “Kriminale” è un album nel quale la selvaggia e “tirata” matrice punk si alterna a delle ballate decisamente più melodiche . Edda (rientrato a Milano dopo una parentesi Hare Krishna londinese), usa la propria voce (acuta e leggermente nasale) in maniera sbalorditiva per originalità, smorzando le consonanti ed allungando le vocali, quasi fosse un difetto di pronuncia.                                 
Sulla copertina viene immortalato un ragazzino che si aggira sulle macerie del centro sociale Leoncavallo. “Questo disco è dedicato al Leoncavallo e a chi vorrebbe distruggerlo”, si legge sul retro di copertina. L’album si apre con qualche timida nota di pianoforte prima che le chitarre di Rioda e Scaglia scatenino l’inferno…                                                                                 

Nel 1991 viene dato alle stampe un mini LP di sole quattro canzoni intitolato semplicemente “Ritmo Tribale” che precede di un anno l’uscita di “Tutti Vs. Tutti”.
Dopo aver suonato due pezzi in “Kriminale” entra con questi due lavori a far parte a tutti gli effetti della “line-up” della band in qualità di tastierista Luca “Talìa” Accardi . Il soprannome Talìa deriva da un’esclamazione siciliana (terra d’origine di Luca) che significa “guarda” e che il tastierista usava smisuratamente…                                                                                     
Il mini LP “Ritmo Tribale” è un prodotto decisamente coraggioso e sperimentale, mentre “Tutti Vs. Tutti” viene considerato dalla band un album di transizione, visto che a causa di problemi di produzione il disco ha un suono differente rispetto a ciò che i “Tribali” avrebbero voluto. Rimane tuttavia uno dei lavori più amati in assoluto dai fans…                                                          
Nel frattempo anche le major (intese come le principali case discografiche) si erano interessate al fenomeno sempre più crescente della cosiddetta “musica alternativa”, creando al loro interno delle sottoetichette che dovevano occuparsi esclusivamente di questo ambito. Inizialmente, con l’avvento delle major in questo mercato discografico, aumentarono la visibilità, le vendite, l’attenzione dei media e l’affluenza del pubblico ai concerti delle band “titolari” di questo “sottogenere” musicale. Purtroppo la realtà dei fatti fu invece ben diversa, visto che molto presto (nel giro di qualche anno) le major abbandonarono questo settore, lasciando i musicisti senza contratti discografici.
Ma questa è un’altra storia…                                                                                       
Con la formazione ormai stabilizzata a sei elementi i Ritmo Tribale danno alla luce due LP (sotto etichetta Black Out/Polygram) destinati a rimanere dei veri e propri punti di riferimento nel panorama della musica alternativa italiana: Mantra (1994) che contiene una versione rivisitata di “Ma il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano e Psycorsonica (1995).                                               
Sono anni nei quali i “Ritmo” macinano migliaia di chilometri a bordo del loro pullmino (che hanno chiamato “Baffone”) che li porta in tour in ogni angolo della penisola. Il numero dei loro concerti è impressionante, come lo è l’affluenza del pubblico agli stessi, con date sold-out da diecimila spettatori, la metà dei quali che conoscono a memoria e cantano le loro canzoni.   Memorabile una data al Leoncavallo (che omentaneamente si era spostato in Via Salomone) con i Doctor & the Medics (proprio quelli di “Spirit in the sky”) a fare da “apripista” e tremila spettatori dentro al centro sociale e duemila fuori . Le strade attorno erano così piene che c’erano perfino i pullman dell’ATM bloccati…                                                                                                         Se era finalmente arrivato l’atteso riscontro da parte del pubblico, fin dall’inizio non era mai venuta meno l’ammirazione e la stima da parte di colleghi ed addetti ai lavori nei confronti dei Ritmo Tribale, soprattutto per la loro coerenza.                                                                                                   
Ma un “terremoto” era dietro l’angolo. A metà del tour di “Psycorsonica” Edda (che in realtà è il nome della madre di Stefano Rampoldi) abbandona il gruppo.    La sua tossicodipendenza da eroina, che già aveva messo in seria discussione la realizzazione dell’album, va a minare il suo equilibrio al punto di impedirgli di fare la cosa che gli viene più naturale: salire su un palco e cantare!              
La notizia della fuoriuscita di Edda dai Ritmo Tribale non venne presa bene né dalla casa discografica che ben presto voltò le spalle alla band né da una parte dei fans. Quest’ultimi ritenevano che senza quel cantante dai capelli lunghissimi che spesso si presentava sul palco indossando un gonnellino, strillando e contorcendosi in maniera quasi “primordiale”, i Ritmo Tribale non avessero più nulla da dire… La band decise invece di andare avanti. Dopo la realizzazione di uno spot sulla CocaCola ed il tentativo fallito di un album live, i “Tribali superstiti” decisero di entrare in studio per “musicare” i testi che Andrea Scaglia aveva nel frattempo scritto. La band evitò di registrare il disco al Jungle Studio Station di proprietà di Rioda preferendo l’isolamento, quasi a volersi allontanare da tutte le avversità dell’ultimo periodo. A Scaglia venne in mente una vignetta nella quale Paperino, che non voleva essere trovato, appese un cartello con la scritta: ”Sono alle  Bahamas!”.                    
“Bahamas” venne registrato in uno studio di registrazione improvvisato nei pressi di Castrocaro Terme, vicino a Forlì. Si trattava di una cascina fatiscente che veniva utilizzata solo saltuariamente da un ragazzo che produceva miele e dipingeva quadri. Visto che l’attrezzatura del Logic Studio era in deposito per un cambio di sede, venne prelevata (insieme a parte dell’attrezzatura del Jungle), caricata su una specie di trattore e trasportata a Castrocaro. Qui vennero creati degli allacciamenti volanti di corrente, piantate delle puntazze per la messa a terra, abbattuto un muro per far passare il trattore, bucati i pavimenti per cablare regia e sala ed infine vennero allontanati i carabinieri intervenuti per capire cosa stava succedendo… Quando pioveva le attrezzature venivano velocemente staccate e una dozzina di grosse pentole venivano posizionate nei punti in cui “pioveva dentro”… Furono trenta giorni di musica senza interruzioni, a parte qualche passeggiata mattutina fino ad un fiume dove si faceva meditazione e qualche scorribanda notturna a Rimini o Riccione. “Bahamas”, uscito nel 1999 per l’etichetta Edel, è un album più lento e melodico dei precedenti, con testi (di Scaglia) introspettivi e spesso “criptati”.               
Non è un disco che si rivela al prima ascolto, e può anche spiazzare per la diversità rispetto ai lavori precedenti. Tuttavia, per chi ha avuto la pazienza di ascoltarlo entrando nella nuova ottica della band, si è rivelato per quello che è veramente: un capolavoro assoluto, probabilmente il lavoro più maturo del gruppo milanese. Nell’album le chitarre di Rioda e Scaglia si intrecciano alla perfezione con una base ritmica sempre pulsante e vivace, con un grandissimo lavoro di “Talia” Accardi capace di abbinare nuovi suoni elettronici alla matrice rock della band. I Ritmo Tribale erano riusciti a cambiare pelle mantenendo inalterato il loro spirito e la loro proverbiale coerenza.                                                                                           
Dieci brani , se si escludono i vari bonus track Cuore nero, (forse il brano più “puramente” rock dell’intero album), Iniettami e Senza limiti .                    
Le danze si aprono con 2000, il cui testo traccia un fedele ritratto della cinica civiltà del 2000. L’inizio lento di Lumina introduce un desiderio di cambiamento :”…LA LUCE FILTRA DALLE MIE FINESTRE COME SE VOLESSE ATTRAVERSARE I MIEI PENSIERI…”. La terza traccia, ( uscita anche come singolo) è un inno alla Musica nel quale parti elettroniche e voci filtrate si fondono alla perfezione con le chitarre di Rioda e Scaglia. E’ poi la volta della sofferta Dipendenza, “…COL TUO CIELO DI RIGHE NERE, MANTELLO ROSSO MA FINO A META’, ANONIMA COME SE FOSSE FINTA, TU SEI QUELLO CHE NON MI MANCA…”. Si passa poi alla dimensione quasi “eterea” dello struggente Il centro, “…SI SCIOGLIE COME NEVE MA RESTA NASCOSTA LA DOLCISSIMA IMPRESSIONE DI AVERTI VISSUTA GIA’   SOSPIRA E RACCOGLI   …”.             
Il brano successivo intitolato Violento è forse il pezzo più “vicino” agli album precedenti . Diamante è invece una canzone elettroacustica di grande impatto emotivo. Nonostante “…IL FUOCO E’ SPENTO E LE CENERI ORAMAI SPENTE…” i ricordi mai sopiti riaffiorano rendendoci duri come un diamante.                
Nella bellissima Meno nove gli echi di fondo vengono d’improvviso sovrastati dalle chitarre distorte. “…SPIEGAMI COME SI FA A RAGGIUNGERE LA VETTA FINALE  SVELAMI IL SEGRETO CHE DA L’ASSOLUTA IMPERMEABILITA’ ANCHE SE FA MALE…”. Convalescenza “gioca” sul contrasto tra passaggi malinconici ed acustici alternati a momenti decisamente più “acidi”. Il testo è incentrato su quel momento in cui un rapporto entra in crisi e porta ad uno stato di “convalescenza”… L’album si conclude con la “title track”, inteso come un luogo metafisico situato in un angolo della mente, canzone musicalmente basata su un “tappeto antico” formato da moog e sintetizzatori a contrastare le chitarre dissonanti.                                                                                           
Bahamas doveva essere il primo album di un “nuovo inizio”, rimase invece un lavoro poco capito e molto sottovalutato. Divenne così tristemente il disco dell’addio. A nostro modo di vedere tuttavia mai commiato poteva essere migliore …                                                                                              
 “Su le mani se vi è piaciuto!” era l’invito rivolto da Andrea Scaglia ai propri fans al termine di ogni esibizione live della band milanese . E noi, che di concerti dei Ritmo Tribale ne abbiamo “vissuti” parecchi, mai al termine di una loro performance abbiamo visto mani abbassate…                                          
Ci sia consentito ora di fare uno strappo alle regole di MCM , aggiornandovi su cosa fanno i “Tribali” oggi, quindi nel nuovo millennio.                                       
Stefano Rampoldi alias Edda ha vinto la sua dura battaglia contro la dipendenza da eroina. Dopo aver lavorato per qualche anno come montatore di ponteggi per l’edilizia è tornato a fare il musicista a tempo pieno. Come solista ha pubblicato quattro album : Semper biot (2009), Odio i vivi (2012), Stavolta come mi ammazzerai? (2014) e Graziosa utopia (2017). Andrea Scaglia fa ora il giornalista, Fabrizio Rioda ha aperto il ristorante “Birra & polpette” in viale Bligny a Milano. “Briegel” è un avvocato mentre Alex Marcheschi fa lo psicologo e l’insegnante . Luca “Talia” Accardi dopo aver gestito per alcuni anni l’edicola di famiglia fa ora il tatuatore presso il Quetzal tattoo di viale Sabotino a Milano. Nel 2010 è uscito “Milano original soundtrack” album di debutto dei NoGuru, band formata dagli ex Tribali Scaglia, Marcheschi, “Briegel” e “Talia” ai quali si sono affiancati il virtuosissimo chitarrista italo-basco Xavier Iriondo Gemmi (già con gli Afterhours) e Bruno Romani (sax alto e flauto traverso).                     
Il 24 Aprile 2017 i Ritmo Tribale dell’ultima formazione (con Rioda alla chitarra) hanno riproposto l’intero album “Bahamas” sul palco del Centrale Rock di Erba. A questo evento live ne sono succeduti altri, mentre nel 2018 hanno pubblicato i singoli “Le cose succedono” e “La rivoluzione del giorno prima”, anticipazioni di un nuovo progetto. Come si suol dire, se son rose fioriranno…                              
Alcuni spunti per la stesura di questo articolo sono stati estratti dal libro “UOMINI - I Ritmo Tribale, Edda e la scena musicale milanese” di Elisa Russo pubblicato da Odoya nel 2014 e da alcuni post su Facebook di Fabrizio Rioda.
La firma sotto questo articolo è quella della Duerrevi Productions, dove le due R sono quelle di Roberto Rizzetto, mentre le due V sono quelle di Vincenzo Visentin. Entrambi facenti parte dello sciame MCM, con il logo Duerrevi Productions hanno scritto diretto ed interpretato la commedia teatrale (o spettacolo musicale, scegliete Voi) intitolata “La leggenda del Sant’Angelo Bernabeu”. Presso il Cineteatro Sant’Angelo di Via Garibaldi 47 a Lentate sul Seveso (MB), intorno alle ore 21,00 del 5 Febbraio 2019 porteranno in scena la loro seconda fatica teatrale, il cui titolo è: L’airone, il pirata e l’aviatore.                                                    
Stay tuned…

SU LA TESTA !

di Roberto Rizzetto 



Nell’autunno del 1992 le serate domenicali degli italiani ( intesi come popolo televisivo ) furono allietate da un varietà satirico trasmesso da RaiTre ed intitolato “Su la testa!...”                                                                                
Il fiorentino Paolo Beldì ( che aveva firmato la regia di programmi cult quali “Lupo solitario” e “Matrjoska” ) confezionò dieci puntate di comicità innovativa ed “impegnata” che vennero registrate in un teatro tenda di Baggio, nell’hinterland milanese. La conduzione venne affidata a Paolo Rossi, qui al suo esordio televisivo. A coadiuvarlo Lucia Vasini, attrice teatrale e sua ex   moglie, Cochi Ponzoni, che tornava in tv dopo oltre dieci anni di oblio in seguito alla separazione artistica da Renato Pozzetto, ed infine Bebo Storti .   
 Il varietà, scritto dallo stesso Paolo Rossi insieme a Gino & Michele, Marco Posani e Riccardo Piferi, attinse a piene mani dagli spettacoli teatrali precedentemente portati in scena dal comico di Monfalcone ( ma milanese d’adozione ) quali “Reccital”, “Settespettacoli”, “Chiamatemi Kowalski”, “Le visioni di Mortimer”, “La commedia da due lire”, “C’è quel che c’è” e “Operaccia Romantica”. In ogni puntata ( che aveva un tema , ad esempio “i giovani”, “l’amore”, “i perdenti”, “Milano ai tempi di Tangentopoli”, “il futuro”, ecc. ) ai monologhi di Paolo Rossi si alternavano gli sketch di alcuni cabarettisti semisconosciuti che si affacciavano per la prima volta al pubblico televisivo dopo anni di gavetta in locali quali lo Zelig di Viale Monza a Milano. Ricordiamo così il debutto in tv di Aldo, Giovanni e Giacomo, Antonio Albanese ( nella duplice veste “Epifanio” ed “Alex Drastico” ), Antonio Cornacchione, il teppista Maurizio Milani ed il compianto Gianni Palladino. La musica dal vivo era garantita dalla band “C’è quel che  c’è”, composta da musicisti di assoluto livello quali Marco Bigi, Savino Cesario, Roberto Coppolecchia ed Emanuele Dell’Acqua.                                                             
Riporto integralmente di seguito “Lode a Evaristo Beccalossi”, un pezzo tratto dal repertorio di Paolo Rossi che venne proposto durante il programma.             
Questo pezzo è dedicato a due grandi talenti della cultura mondiale , che han fatto sì che alcuni di noi, se pur perdenti, si ritenessero destinati a una vittoria futura e possibile.                                                                                                                  
Questi due talenti nel campo della cultura, della musica, dell’arte, dell’evoluzione in genere, sono per me Charlie Parker ed Evaristo Beccalossi.
Forse mi rendo conto che molti di voi non sanno chi era Charlie Parker, allora spiego chi era Beccalossi. Beccalossi è stato uno dei più grandi talenti inespressi del calcio italiano, stiamo parlando di gente che io ho visto, che molti han visto. Io non posso dimenticare una partita che era Inter – Slovan Bratislava. Io l’ho vista, chi l’ha vista sa di cosa sto parlando. Ad un certo punto l’arbitro diede un calcio di rigore per l’Inter. Per chi si intende di calcio, ma anche per chi non se ne intende, è facile capire la difficoltà per un giocatore, nella semifinale di coppa Uefa, di tirare un calcio di rigore.                                                                                 
Lui guardò tutto lo stadio negli occhi e disse: “Lo tiro io …” e io pensai con tutto lo stadio : questi sono uomini veri.                                                                 
Prese la palla e la mise sul dischetto del calcio di rigore. Lo fece con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe mai e poi mai sbagliato. E sbagliò. E io pensai : per me resta un uomo. Ma quando cinque minuti dopo, e chi ha visto quella partita sa che non mento, ridiedero un calcio di rigore per l’Inter, per chi si intende di calcio, ma a questo punto anche per chi non se ne intende, è facile capire la difficoltà per un giocatore che ha appena sbagliato un calcio di rigore, di riassumersi la responsabilità di ritirarlo. Lui guardò tutto lo stadio negli occhi.
E tutto lo stadio fece: “ No ! Puttana Eva … “                                                                                          Lo tiro io !” E mise la palla sul dischetto del rigore con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe risbagliato. E risbagliò !                                                                                   
E io pensai: per me resta un uomo. Un po’ sfigato ma pur sempre un uomo.               
 Ma quando cinque minuti dopo diedero un calcio d’angolo all’Inter e lui guardò tutto lo stadio negli occhi, e tutto lo stadio disse : “Ma questo che cazzo ci guarda   sempre ? Che cazzo vuole, i soldi ?” e prese la palla e la mise sul dischetto del calcio di rigore, io pensai : forse è un po’ fuori di testa! E non mi sbagliavo, perché cinque minuti dopo rubò la palla sulla striscia del rinvio del suo portiere, che gli disse : “Che cazzo stai facendo?...” “E’ mia! Vado a casa, non gioco più, basta!” e attraversò tutto il campo. Scartò tutta la squadra avversaria. Da solo davanti al portiere avversario fece una finta, scartò anche il portiere. Davanti alla porta scartò anche la porta, con un dribbling unico scartò dodici fotografi. Palleggia, di tacco supera l’inferriata di San Siro palleggiando di testa, di tacco, di punta, di lingua; scarta tutti gli ultras, scarta tutti i poliziotti con i cani lupo; tutti quelli che stracciavano i biglietti … fa fuori un’altra inferriata …
Scartò i bagarini, quelli che vendevano le pizzette, gli hot-dog … fu fermato solo in mezzo a piazzale Axum dal tram numero 15 …                                                                                                            Quando si risvegliò , dopo dieci giorni di coma , la prima frase che disse fu : “Beh , cazzo , ragazzi ! Se non è rigore questo qui !”                                                                 
Nell’ultima puntata dello show, andata in onda il 6 dicembre 1992, Paolo Rossi ripropose questo sketch davanti allo stesso Evaristo Beccalossi. Al termine del monologo venne introdotta un porta da calcio. Il comico si mise tra i pali nel tentativo di neutralizzare il rigore di Beccalossi, che questa volta non sbagliò …                                                                                                                   


TORO SCATENATO

di Rho Mauro 


Considerata, a ragion veduta, l’opera di maggior “peso specifico” messa in scena dalla splendida coppia Scorsese – De Niro questo film del 1980 ottenne ben otto nomination ai Premi Oscar finendo poi per aggiudicarsi due delle celebri Statuette: quella per il miglior attore protagonista al già citato De Niro e quello  per il miglior montaggio a  Thelma Schoonmacker.  Grazie all’interpretazione in TORO SCATENATO De Niro vinse,  nella categoria  miglior attore di film drammatico, anche il Golden Globe. 
La storia narrata è quella che ripercorre le gesta del celebre pugile noto come il  “Toro del Bronx” al secolo Jake La Motta  con De Niro che si cala alla perfezione nel ruolo del pugile italo-americano tanto che i premi vinti grazie a questo film,  non solo sono meritati, ma di fatto l’hanno consacrato nell’Olimpo dei Grandi Caratteristi di ogni tempo.
Per recitare nei panni del Campione ormai vecchio,  e logorato dagli eccessi di un carattere a dir poco irascibile,  Robert  De Niro dovette ingrassare di ben 27 kg diventando, di fatto, un’altra persona  tanto che quasi si stenta a credere che l’attore sia riuscito in una “dieta ingrassante” di tale effetto.
Nel film recita anche un altro celebre attore italo-americano, Joe Pesci , che interpreta il fratello maggiore di La Motta: anche la sua interpretazione fu degna di essere candidata alla nomination Oscar nella categoria degli Attori non Protagonisti.
Il ritratto di La Motta che viene fuori dal film è tratto dalla sua stessa  autobiografia intitolata “RUGING  BULL:  MY STORY” e, come detto, la straordinaria interpretazione di De Niro rende il tutto molto credibile. Particolarmente azzeccata fu la scelta di Martin Scorsese di  girare il film in bianco e nero  per rendere  le gesta del Jake cinematografico tali e quali a quelle rappresentate nelle tante foto degli  innumerevoli incontri di pugilato negli anni a cavallo tra il  1940 e il 1950.
Pur cruento e decisamente ad alto tasso di violenza,  considerato che  il mondo della boxe è qui rappresentato in maniera essenziale,  il film risulta tuttavia estremamente emozionante e avvincente tanto che ben presto ci si trova incollati alla poltrona e, match dopo match, si cerca di capire come andrà a finire la vicenda umana e sportiva di questo pugile.

LA SCOMPARSA DI ETTORE MAJORANA

di Rho Mauro



Genio assoluto della Fisica nucleare e della meccanica quantistica relativistica il siciliano Ettore Majorana  accetta, nel gennaio 1938, la cattedra di professore di Fisica teorica presso l’Università di Napoli. Sicuramente positivo è, per questa nomina,  l’interessamento del suo mentore, Enrico Fermi  che ha sempre creduto fermamente nelle notevoli capacità di Ettore e si è quindi speso, in prima persona, per sponsorizzare il suo approdo a Napoli.
I due si frequentarono all’Università di Roma dove Fermi era titolare della cattedra di Fisica e dove lo stesso Majorana si laureò nel 1929 con il massimo dei voti (110 e lode) avendo lo stesso Fermi come relatore.
L’Ettore Majorana che arriva a Napoli è un uomo duramente provato. Si porta sulle spalle anni di studi e di viaggi (in Germania e Danimarca) che, se da un lato ne arricchiscono il lato professionale, dall’altro ne deteriorano lo stato di salute.
A Napoli Majorana stringe un buon rapporto di amicizia con il titolare della cattedra di fisica sperimentale Antonio Carrelli e, pur continuando a condurre una vita tutta dedicata ai suoi studi, sembra che le cose vadano in generale un po’ meglio per il giovane Genio siciliano.
Ma la sera del 23 marzo del 1938 Ettore Majorana si imbarca su di un piroscafo diretto a Palermo  e svanisce nel nulla.
Che fine ha fatto ?
Dietro di sé Majorana lascia dei messaggi.
Quello diretto alla famiglia è più una invocazione nella quale Ettore esprime questo desiderio:  “Ho un solo desiderio: che non mi vestiate di nero.”
Nel messaggio diretto al Carrelli, invece, comunica la sua decisione di abbandonare la sua cattedra all’Università di Napoli e dentro c’è tutto il suo rammarico per  questa decisione.
Seguiranno al Carrelli un telegramma ed un altro messaggio…
Ma di Ettore Majorana nessuno ha più saputo nulla di certo da quella sera del marzo di  ottanta anni fa.
Che fine ha fatto Ettore Majorana ?
Ormai non si contano nemmeno più i libri che se ne sono occupati, le trasmissioni tv e radiofoniche (celebre la puntata di Chi L’Ha Visto che la RAI dedicò al caso nei primi anni duemila) che ne hanno parlato.
Molteplici sono state le teorie a soluzione di questa improvvisa scomparsa.
Partendo dal suicidio, passando per la fuga volontaria, il ritiro spirituale in un convento di frati, o il rapimento da parte dei nazisti molto interessati allo sviluppo delle teorie di Majorana …
Che fine ha fatto Ettore Majorana ?
Non lo sapremo mai.
Ed il giallo, questa volta, resterà per sempre senza soluzione.


GLI SCENEGGIATI "RAI", TRA GIALLO E MISTERO

di Roberto Rizzetto 



Negli anni settanta la RAI RadioTelevisione Italiana mandò in onda una serie di sceneggiati capaci di raggiungere un’audience di oltre venti milioni di telespettatori appassionati di giallo e mistero. Tali sceneggiati infatti, che di fatto rappresentarono la prima forma di fiction televisiva, trattavano tematiche dalle tinte oscure, fantascientifiche e paranormali. Girati quasi esclusivamente in bianco e nero, si avvalsero dell’interpretazione di attori del calibro di Alberto Lupo e Ugo Pagliai e di registi quali Daniele D’Anza. Nonostante i pochi mezzi a disposizione, grazie alla creatività degli autori, vennero confezionate opere ritenute tuttora avvincenti. Riporto di seguito un elenco di quelli che, a mio modesto avviso, considero i migliori sceneggiati andati in onda in quel decennio, corredati anche da una breve sinossi.   

A come Andromeda (1972) di Vittorio Cottafavi, con Luigi Vannucchi, Paola Pitagora. Remake della miniserie televisiva “A for Andromeda” del 1961 prodotta dalla BBC. In un futuro prossimo, un’equipe di scienziati capta un segnale proveniente dalla galassia di Andromeda contenente un messaggio con le istruzioni per la costruzione di un potente computer. L’elaboratore è pensato per la creazione di una forma di vita dalle sembianze femminili ed un’intelligenza superiore. Il suo nome è Andromeda …
                                   
Albert e l’uomo nero (1976) di Dino B.Partesano con Claudio Cinquepalmi, Maria Grazia Grassini, Nando Gazzolo, Carlo Simoni. Albert è un bambino di nove anni che, per vari motivi, spesso si ritrova solo in casa di notte. Al  commissario Gandini rivela di ricevere costantemente la visita di un uomo “completamente nero dalla testa ai piedi” …   
                                                
L’amaro caso della baronessa di Carini (1975) di Daniele D’Anza con Ugo Pagliai, Janet Agren, Adolfo Celi. Realizzato a colori nonostante all’epoca la RAI trasmettesse ancora soltanto in bianco e nero, lo sceneggiato si ispira ad una ballata popolare siciliana che narra di un delitto d’onore realmente accaduto nel 1563 a Carini.        
                                                                  
Un certo Harry Brent (1970) di Leonardo Cortese con Alberto Lupo, Roberto Herlitzka, Claudia Giannotti. Una donna uccide un industriale e poi muore avvelenata in carcere. Viene sospettato l’amante della segretaria dell’industriale scomparso, uno straniero di nome Harry Brent …  
                    
Come un uragano (1971) di Silverio Blasi con Alberto Lupo, Delia Boccardo, Corrado Pani. Mentre l’ispettore Clay di Scotland Yard sta indagando su una presunta rete di scommesse illecite all’interno dell’ippodromo di Allenbury, un ricco agente immobiliare della zona scompare … 
                                 
Coralba (1970) di Daniele D’Anza con Rossano Brazzi, Glauco Mauri, Mita Medici. “Coralba” è il farmaco di punta di un’importante industria farmaceutica di Amburgo gestita dal medico veneziano Marco Danon. Tuttavia,  in passato, la sperimentazione di questo farmaco è costata la vita di un innocente  bambino …     
                                                                                             
Dov’è Anna ? (1976) di Piero Schivazappa con Mariano Rigillo, Scilla Gabel . Roma, anni settanta. Carlo e Anna sono una giovane coppia, sposati da tre anni e senza figli, che vive un’esistenza semplice e apparentemente felice. Ma all’improvviso un giorno Anna scompare misteriosamente …  
                            
ESP (1973 ) di Daniele D’Anza con Paolo Stoppa, Ferruccio De Ceresa. In questo sceneggiato di grande successo Paolo Stoppa interpreta il veggente olandese Gerard Croiset, personaggio reale venuto alla ribalta negli anni settanta per le sue facoltà di percezione extrasensoriale, che collaborò con le forze dell’ordine nella soluzione di numerosi casi irrisolti.  
                             
 Il fauno di marmo ( 1977) di Silverio Blasi con Orso Maria Guerrini, Marina Malfatti , Consuelo Ferrara, Donato Placido. Liberamente tratto dal romanzo omonimo di Nathaniel Hawthorne. Quattro amici ritrovano un diario dell’ottocento nel quale appaiono le figure di quattro individui simili a loro. Da quel momento rivivranno un mistero avvenuto cento anni prima … 

 Gamma (1975) di Salvatore Nocita con Giulio Brogi, Laura Belli, Mariella Zanetti, Regina Bianchi. La storia è ambientata in Francia in un futuro prossimo imprecisato. Jean Delafoy, pilota automobilistico, in seguito ad un gravissimo incidente in pista, riporta danni cerebrali irreversibili. L’equipe medica del dottor Duval lo sottopone quindi ad un delicatissimo intervento chirurgico di trapianto del cervello. L’intervento ha successo ed il pilota può così ricostruire la propria identità. Ma a chi apparteneva originariamente quel cervello ?

Giocando a golf una mattina (1969) di Daniele D’Anza con Luigi Vannucchi, Aroldo Tieri, Luisella Boni. Basato sul romanzo omonimo di Francis   Durbridge. Jack Kirby è un ispettore di Scotland Yard che si trova una mattina a giocare a golf con il fratello Bob, individuo misterioso con ogni probabilità coinvolto in casi di spionaggio. Successivamente Bob sparisce …

 Il giudice e il suo boia (1972) di Daniele D’Anza con Paolo Stoppa, Ugo Pagliai, Franco Volpi, Glauco Mauri. Tratto dal romanzo poliziesco dello scrittore svizzero Friedrich Durrenmatt, datato 1952. Il commissario Barlach, ormai prossimo alla pensione, coadiuvato dal suo assistente Tschanz, si trova a dover indagare sulla morte di un tenente della polizia di Berna. 
                    
Ho incontrato un’ombra (1974) di Daniele D’Anza con Giancarlo Zanetti, Beba Loncar, Laura Belli. Svizzera. Il pubblicitario Philippe riceve a più riprese la visita di un misterioso individuo che mette a soqquadro il suo studio senza tuttavia rivelarsi. La tracce fanno risalire ad una donna con ogni probabilità accompagnata da un uomo …      
                                         
Jekyll (1969) di Giorgio Albertazzi con Giorgio Albertazzi, Massimo Girotti. Libera rivisitazione de “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, racconto gotico datato 1886 dello scrittore scozzese Robert Louis Stevenson . 
 
Lungo il fiume e sull’acqua (1973) di Alberto Negrin con Sergio Fantoni, Giampiero Albertini, Laura Belli. Giallo tratto dal romanzo “The other man” di Francis Durbridge. L’ispettore Mike Ford indaga sulla morte di Paolo Moroni, trovato morto su una casa battello sulle rive del Tamigi .                                  
Melissa (1966) di Daniele D’Anza con Rossano Brazzi, Turi Ferro, Aroldo  Tieri. Guy Foster, giornalista disoccupato, è il principale sospettato della morte della moglie Melissa, avvenuta tra i viali di Regent’s Park. Scotland Yard affida l’indagine all’intraprendente ispettore Cameron …        
                 
Ritratto di donna velata (1974) di Flaminio Bollini con Nino Castelnuovo, Daria Nicolodi. Toscana. Il giovane pilota collaudatore Luigi Certaldo conosce Elisa, studentessa universitaria che sembra essere la reincarnazione di una donna velata ritratta in un quadro del 700.                                                   
Il segno del comando (1971) di Daniele d’Anza con Ugo Pagliai, Carla Gravina, Massimo Girotti.  “21 aprile 1817, notte, ore 11. Esperienza indimenticabile, luogo meraviglioso, piazza con rudere di tempio romano, chiesa rinascimentale, fontana con delfini, messaggero di pietra, musica celestiale, tenebrose presenze”. Lancelot Edward Forster , professore di letteratura inglese, trova questo passo sul diario di Lord Byron che sta cercando di tradurre …     
                                                                             
La traccia verde (1975) di Silvio Maestranzi con Paola Pitagora, Sergio Fantoni. Thomas Norton è un criminologo che, utilizzando la macchina della verità, effettua interrogatori per conto della polizia federale e di alcune grandi aziende .